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LA QUESTIONE DELL'ARTE - Nigel Warburton

Sintesi del saggio La questione dell'arte di Nigel Warburton - ed. Einaudi

introduzione

Per fare una riflessione su cosa sia l'arte l'autore prenderà in esame alcune teorie estetiche del '900 come pure alcune opere che il critico d'arte Harold Rosenberg ha definito «oggetti ansiosi».

_The Ambassador, il pavone vivo che Francis Alys ha presentato alla biennale di Venezia del 2001
_A real work of art, il cavallo di razza che Mark Wallinger ha indicato come vera e propria opera d'arte
_Fountain di Marcel Duchamp 

I sopra citati esempi sono opere d'arte che ci portano a considerare la questione dell'arte ed i legami che essa ha con la filosofia.

Scopo del libro è quello di «mettere a nudo una serie di posizioni indifendibili» e, portando esempi e contro-esempi su queste posizioni, compiere una riflessione su cosa sia l'arte. Verranno prese in esame le teorie di Clive Bell (Forma significante), Robin G. Collingwood (espressione emotiva), le considerazioni di Wittgenstein sulle somiglianze di famiglia e la teoria istituzionale.

capitolo 1
Forma significante

Clive Bell scrive nel 1914 un saggio - Art - nel quale propone una sua teoria sull'arte:
per Bell l'arte è forma significante. Un'opera d'arte, per essere considerata tale deve procurare nell'animo del fruitore una emozione estetica. Detta emozione è possibile se l'opera possiede un insieme di forme, colori e composizione tale che il filosofo definisce forma significante. Clive Bell è stato curatore di alcune mostre di Cézanne e ne è anche un profondo estimatore delle sue opere. Nell'esporre la sua teoria prende ad esempio il Lac d'Annecy del pittore post-impressionista e lo confronta con Paddington station, un dipinto di William Powell Frith del 1862.
Secondo Bell, Paddington station è una rappresentazione didascalica che mostra una stazione ferroviaria, un dipinto ben eseguito ma privo di forma significante e quindi non può essere considerato un'opera d'arte in quanto incapace di procurare una emozione estetica.

Le principali critiche a questa teoria

Le definizioni chiave «forma significante» ed «emozione estetica» sono due termini tecnici definiti uno nei confronti dell'altro in una circolarità viziosa.
La teoria viene accusata di essere élitista cioè non vi è metodo nello stabilire chi decide se un'opera possegga o meno la caratteristica di «forma significante»

Un'altra importante critica che gli viene mossa in particolare dallo scrittore e pittore David Lawrence è che questa teoria non tiene conto degli aspetti rappresentativi dell'arte realistica come pure non tiene in considerazione gli aspetti simbolici. Il genere della ritrattistica, per esempio, non può essere ridotto ad un mero intreccio di linee forme e colori: la somiglianza psicologica del soggetto rappresentato costituisce un valore importante per l'opera d'arte. Il critico d'arte John Berger fa notare che lo studio di un'opera come Le reggenti dell'ospizio di Alms di Frans Hals (1634) sarebbe inadeguato, se non si considerassero la rilevanza del contesto e le persone rappresentate. Per Berger la sola attenzione al formalismo da parte di Bell è insufficiente nello stilare una teoria sull'arte.

Per concludere, opere d'arte come i lavori concettuali di Beuys, Warhol o lo stesso Duchamp, lavori che sono ampiamente accettati nel mainstream del circuito dell'arte, non trovano invece considerazione alcuna in una teoria come quella di Clive Bell che a questo punto, appare evidente, è quanto meno inattuale.

capitolo 2
Espressione di emozioni

Robin G. Collingwood, un filosofo ed amante dell'arte britannico, figlio di un famoso acquerellista che è stato anche segretario di John Ruskin è di parere diverso, rispetto a Bell ed alla sua teoria formalista sull'arte.

Nel 1938, scrive The Principles of Art, un libro che vuole rispondere alla domanda Che cos'è l'arte?

Uno dei primi punti è quello di fare una distinzione fra arte e artigianato. Per Collingwood l'artigiano sa cosa vuol fare già prima di farlo, mentre per un'artista, sebbene a volte sia desiderabile, la progettualità non è un fattore vincolante. A questo proposito è interessante ricordare le parole di Picasso: «Non so in anticipo che cosa sto per mettere sulla tela, così come non decido in anticipo che colori usare». Inoltre la tecnica,  il mestiere, si apprende là dove è richiesto. I manufatti artistici possono richiedere competenza tecnica, però per Collingwood «tecnici si diventa, ma artisti si nasce» e l'impiego delle competenze tecniche non è un prerequisito necessario (sebbene riconosca che migliore è la tecnica posseduta, migliori i risultati). Il materiale grezzo che costituisce le opere d'arte sono tuttavia le emozioni.

Francis Bacon, in un'intervista dichiara che per lui è importante il fattore «sorpresa». Mentre sta lavorando capisce con l'istinto e risolve il problema di esprimere l'emozione che all'inizio era solo un'intuizione. La soluzione al problema non c'era prima di mettersi all'opera (qui si vedono delle analogie con la teoria estetica di Luigi Pareyson il quale afferma che l'artista inventa il modo di fare facendo). Per Collingwood arte è proprio espressione di emozioni. La contemplazione di un'opera d'arte da parte di un fruitore è anch'essa un gesto artistico in quanto l'osservatore entra in sintonia e rivive le emozioni trasmesse nell'opera da chi l'aveva inizialmente creata.

Per Collingwood l'arte magica  e l'arte ricreativa dovrebbero essere considerate due forme di artigianato, non vera e propria arte.

Per arte magica si intende quell'arte che serve ad uno scopo, come un inno nazionale che instilla il senso di patriottismo, mentre per arte ricreativa  si intende quella che ha per utilità il procurare un piacere edonistico o di intrattenimento. Per esempio, secondo Warburton, Collingwood catalogherebbe come arte ricreativa Psyco il film di Hitchcock, un'opera fatte per intrattenere il pubblico, non per una esigenza espressiva delle emozioni proprie del regista. Interessante notare che le opere di Shakespeare, create per intrattenere il pubblico, sono anch'esse ritenute arte ricreativa e quindi non vera e propria arte da parte del filosofo inglese.

Concezione espressionistica e concezione idealistica dell'arte

Oltre alla suddetta visione di arte come espressione, l'altra tendenza presente nel libro The Principles of Art è la difesa di una concezione idealistica dell'arte.

Per Collingwood l'arte non deve per forza possedere una fisicità fuori dalla mente dell'artista. Essa è già tale quando è presente nella testa di chi crea sotto forma di idea. Quindi per Collingwood un'idea può già essere opera d'arte. Inoltre, là dove le opere d'arte esistono fisicamente, l'osservatore può fare esperienza di esse in modo immaginario, oltre il visibile. Per esempio una persona che contempla il Lac d'Annecy di Cézanne può con l'immaginazione compiere un'esperienza tattile e vivere un'emozione all'interno del lago come si presuppone abbia fatto lo stesso Cézanne nel momento in cui lo dipinse.

Critiche alla teoria

Nel suo complesso, a questa teoria che chiaramente risente dell'influenza del filosofo italiano B. Croce (1866-1952) possono essere mosse due principali critiche:
_L'esclusione dallo status di opera d'arte di pressoché tutta l'arte sacra, che avendo scopo divulgativo e di propaganda apparterrebbe alla categoria artigianale dell'arte magica.
_L'inclusione nello status di opera d'arte di qualsiasi intenzione di esprimere una emozione, come pure lo status di artista attribuito all'osservatore nell'atto della contemplazione.

Le critiche alle teorie essenzialista/formalista (Bell) ed essenzialista/espressionista (Collingwood) ed il fallimento di altre simili teorie generali sull'arte, hanno portato i contemporanei a sostenere che l'arte in questi termini è indefinibile e cercarne l'essenza costituirebbe un errore logico.

capitolo 3
Somiglianze di famiglia

Negli anni '50 si incomincia a pensare che il termine arte non sia definibile secondo un comune determinatore che ne mostri l'essenza e si pensa che esistono termini che possono essere definiti solo in base ad un intreccio di caratteristiche comuni ma non necessarie o esclusive.

I filosofi dell'arte arrivano ad elaborare questo concetto sulle riflessioni di Wittgenstein il quale appunto era arrivato alla conclusione che termini come gioco o linguaggio non hanno una loro essenza comune ma possono essere capiti solo in base ad una rete di caratteristiche che si sovrappongono che Wittgenstein chiamerà somiglianze di famiglia.

Per chiarire il concetto Wittgenstein prende in esame il termine gioco e fa notare che in alcuni giochi si vince e si perde, in altri no. In altri ancora il divertimento è fondamentale mentre a volte la competizione è di gran lunga superiore al divertimento che scompare completamente. Ecco quindi che non esiste una unica caratteristica che indichi tutti e solo i giochi, così come una singola fibra non corre per tutta la lunghezza di una corda.

Wittgenstein non analizza nel concreto il concetto di arte, cosa che invece fa Morris Weitz nell'articolo The Role of Theory in Aesthetics 1956. Weitz, che possiamo considerare neo-wittgensteiniano, parla di arte come di un concetto aperto cioè un concetto che si riserva la possibilità, nel corso del tempo, di allargarsi ed includere nuove definizioni o condizioni all'interno di esso. Per Weitz non è possibile definire arte attraverso un concetto chiuso perché così facendo se ne danneggerebbe l'aspetto importantissimo della creatività. Rimane fondamentale per Weitz che il compito di ampliare questo concetto spetta in genere ad esperti, o a critici di professione. In altre parole l'arte si fonda su caratteristiche di innovazione ed originalità tali che se si provasse a chiuderne il concetto mettendo dei paletti, presto diventerebbe tutta uguale a se stessa e ce ne stancheremmo.

Critiche

I principali punti deboli della teoria di Weitz riguardano quali somiglianze siano da ritenersi utili nel confronto tra la presunta opera d'arte e casi paradigmatici precedenti, e a chi spettano queste scelte. Ad esempio l'Empire State Building ed uno spillo hanno molti tratti in comune: entrambi sono stati costruiti per uno scopo preciso, hanno una forma allungata e a punta, ma ciò evidentemente non basta a dire che in tutti e due i casi si tratti di grattacieli. In altre parole le somiglianze qui prese in considerazione non sono adeguate e la principale critica mossa a Weitz è appunto quella di definire quali somiglianze sono accettabili e quali invece no.

Inoltre, se per definire un'opera d'arte dobbiamo obbligatoriamente fare un riferimento con dei paradigmi precedenti, rimane il problema di come è stata definita la prima opera d'arte della storia: essa non aveva certamente casi paradigmatici con cui confrontarsi.

Il filosofo americano Maurice Mandelbaum (1908-1987) era scettico circa la teoria anti-essenzialista di Weitz. Il fatto che teorie essenzialiste precedenti quali quella di Bell oppure quella di Collingwood avessero fallito non è una certezza circa le possibilità di giungere ad una nuova teoria. Egli fa notare che nelle somiglianze di famiglia possono esistere dei tratti comuni essenziali non esibiti, ed il fatto che non sono esibiti non significa che essi non esistano. La teoria costituzionale di George Dickie analizzata nel prossimo capitolo farà infatti riferimento ad una proprietà comune non esibita.

capitolo 4
Contesti istituzionali

La teoria istituzionale è una teoria che si propone di identificare lo status di opera d'arte in base a delle proprietà che non sono necessariamente visibili nell'opera. È una teoria che, in altre parole, ci spiega o tenta di spiegarci perché Fountain di Duchamp è un'opera d'arte e non un gabinetto capovolto. In seguito agli sviluppi post-duchampiani, la presenza nella realtà di opere come The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone living di D. Hirst, le Brillo boxes di Andy Warhol e tantissime altre opere del periodo contemporaneo rendono necessario rivedere il concetto di arte. Le teorie funzionalistiche come La forma significante di Bell è evidente che sono diventate inadeguate infatti esse non includono queste opere che ormai sono state accettate nel mainstream del circuito dell'arte da parte delle istituzioni.

Autore di questa teoria è il filosofo americano George Dickie che si muove partendo dalle considerazioni del critico e filosofo Arthur Danto, il quale, osservando la Brillo Box di Andy Warhol che visivamente è molto simile alla omonima scatola di detersivo, si domanda cosa rende la prima, un'opera d'arte. Poiché la differenza dalla normale scatola di detersivo non risiede in un elemento visivo egli giunge alla conclusione che è la teoria, cioè un qualcosa di non visibile, a renderla diversa. Per Danto, oggetti indistinguibili visivamente possono avere proprietà molto diverse.

Vedere è un'attività impregnata di teoria e quello che noi sappiamo su ciò che vediamo influenza l'esperienza che ne facciamo. John Berger nel libro Ways of seeing sottolinea che il dipinto di Van Gogh di un campo di mais con alcuni uccelli che volano assume un aspetto diverso, negli occhi dell'osservatore, se questi sa che si tratta dell'ultimo dipinto di Van Gogh, quello immediatamente precedente il suo suicidio.

La teoria istituzionale nella sua prima stesura dice che l'opera d'arte è un artefatto ed ha un insieme di aspetti per quali le è stato conferito lo status di candidato per l'apprezzamento da parte di una o più persone che agiscono per conto di un'istituzione sociale (che sarebbe poi il mondo dell'arte)

Considerazioni
_La teoria potrebbe sembrare élitista in realtà non lo è perché Dickie considera «persona appartenente al mondo dell'arte» chiunque si ritenga tale e considera «artefatto» qualsiasi cosa venga scelta da qualcuno ad essere candidata all'apprezzamento. Per esempio anche un pezzo di legno levigato dagli agenti atmosferici semplicemente prelevato o addirittura indicato, lasciandolo là dove si trova, diventa, per il filosofo, un artefatto.

_Fondamentale è che Dickie sta dando una definizione «classificatoria», non «valutativa». Egli non dice per esempio che lo squalo di Hirst sia degno di essere apprezzato (valutazione) bensì dice che è un'opera d'arte perchè (1): è un artefatto, (2): l'artista stesso l'ha investito del ruolo di candidato per l'apprezzamento, in questo caso presentandolo in una mostra.  Anche se si disprezza questo lavoro di Hirst, se si dice «ma quello non è arte!», si sta usando il termine arte in modo valutativo mentre per Dickie la definizione di opera d'arte è meramente classificatoria (non a caso usa il termine candidato per l'apprezzamento).

_Le opere di esponenti dell'art brut o outsider artists - artisti che non sanno di essere tali, ad esempio persone con problemi psichiatrici - trovano la collocazione nello status di opere d'arte solo dopo che qualcuno che appartiene coscientemente al mondo dell'arte le ha prese in considerazione e le ha candidate all'apprezzamento. È un esempio il caso di Alfred Wallis, un marinaio in pensione che dipingeva «per compagnia» delle navi, e che è stato scoperto dai pittori Nicholson e Wood. Le opere di Wallis oggi sono pienamente accettate come opere d'arte anche se al momento della loro creazione erano il semplice passatempo di un uomo in pensione che aveva da poco perduto la sua compagna.

***

Critiche alla teoria istituzionale di Dickie

_Dando la possibilità a chiunque di conferire lo status di opera d'arte, Dickie viene accusato di banalizzare il concetto stesso di arte e di non fornire informazioni utili su cosa essa sia.
_La critica più sofisticata consiste nel chiedersi perché certi oggetti vengono candidati all'apprezzamento ed altri no. Se ci fosse un motivo, questo motivo sarebbe esso stesso una teoria e quindi scalzerebbe la teoria istituzionale. Se invece non c'è un motivo a questo punto la scelta assume i connotati di un evento casuale e capriccioso.

Dickie, consapevole di queste inadeguatezze, rielabora la sua teoria definendo in modo più specifico e complesso la figura dell'artista, del pubblico, e del mondo dell'arte. Inoltre presenta un'ulteriore definizione di opera d'arte. Questa seconda teoria, però, perde l'eleganza e la semplicità della prima e in fondo non risolve le domande «che cos'è l'arte?» e «Ma è arte», principalmente perché chi si pone queste domande è interessato ad ottenere una risposta di tipo «valutativo». In altre parole è di scarso interesse sapere che un oggetto sia o meno un'opera d'arte, se poi la parola «opera d'arte» è vuota di valore.

***

Un'alternativa: Jerrold Levinson e la sua teoria storico-intenzionale

Levinson, convinto che si potesse formulare una teoria essenzialista basata su proprietà comuni non esibite, prende spunto dalla teoria istituzionale di Dickie per elaborarne una propria la cui definizione è:
«Un'opera d'arte è una cosa (articolo, oggetto, entità) che è stata seriamente intesa per essere considerata-come-un'opera-d'arte - ovvero considerata nel modo, qualunque esso sia, in cui precedenti opere d'arte sono o sono state correttamente considerate»
Per Levinson è importante l'intenzione da parte dell'artista - che può essere anche un intenzione inconscia, includendo gli outsider artists - ed è importante possedere i diritti sull'oggetto che viene trasformato in opera d'arte (non si può dichiarare tutto il mondo un'opera d'arte).

Anche la teoria di Levinson però risulta troppo inclusiva. Per l'autore del libro tutti i più importanti tentativi filosofici di definire l'arte si sono dimostrati in qualche misura inadeguati.

capitolo 5
Conclusioni

Appurato che il formalismo di Bell, l'espressionismo di Collingwood, la negazione di Wittgenstein sulla possibilità di una teoria essenzialista e la teoria istituzionale di Dickie non hanno, in modo inconfutabile, risposto alla domanda «Che cos'è l'arte?», Warburton si accinge a trarre le sue conclusioni:

Egli pensa che probabilmente non ci sia una spiegazione omnicomprensiva di che cosa sia l'arte e quindi ha poco senso impegnare la propria vita nella ricerca di una definizione. Ciò che invece è importante, considerato il ruolo centrale che l'arte può occupare nella vita di ognuno, è relazionarsi di volta in volta con delle opere specifiche e concrete, cercando di capire perché esse, in quel particolare caso, sono delle opere d'arte. L'autore attribuisce quindi una connotazione positiva al significato stesso della parola arte un valore aggiunto e non un mero atto classificatorio. Ritiene inoltre che se ne possa parlare pur nella consapevolezza del fatto che si tratta di un termine che nella sua essenza, rimane non definito.

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LE FORME DEL BELLO - Remo Bodei

Sintesi del saggio Le forme del bello, un libro di Remo Bodei - ed. il Mulino

introduzione


I concetti di bello e di brutto non possono essere ridotti ad un mero ambito di soggettività. Allo stesso tempo c'è la consapevolezza che il loro significato non è unico e monolitico nel corso del tempo anzi, è un insieme di stratificazioni avvenute nel corso degli anni.

In breve, i sette principali modelli di bellezza:

a. Bello inteso come armonia, ordine, proporzione, simmetria. E' un bello oggettivo che si presta a costituire la trinità del bello, vero, buono.

b. Bello imponderabile. Esso si esprime con la vaghezza, il "non so che" (esatto opposto del bello in "a.")

c. Bello finalizzato, funzionale, atto allo scopo.

d. Bello inteso come semplicità. Ad esempio, la bellezza di un colore puro nella sua fisicità, o quella di un suono.

e. Bello inteso come luminosità, folgorazione, un improvviso emergere dall'oscurità.

f. Bellezza collegata all'eros. Sia a livello sensibile/sensuale, che a livello spirituale (delirio divino). È quest'ultimo, oltre il sensibile, il bello che appartiene alla sola sfera dell'intellegibile.

g. La bellezza del «brutto» in quanto autentico. Siamo qui di fronte ad un completo rovesciamento dei ruoli che si verifica dalla seconda metà del 1800.


capitolo 1
Misura e ordine


Nella Grecia arcaica la bellezza viene intesa come ordine che emerge dal caos.

Pitagora, attraverso i numeri, individua il rapporto 3 : 4 : 5 (in musica questo rapporto tra la lunghezza di corde acustiche forma le note do - mi - la, un accordo di LAm). Il suono che ne risulta è  un'armonia e la conseguenza più importante è che ad una bellezza armonica(sensibile) ne corrisponde una intellegibile, quella cioè dei numeri nel loro rapporto.
Pitagora, inoltre, iscrive ogni forma di bellezza in un contesto globale che chiamerà kosmos.

Questo kosmos obbedisce a leggi che possono essere individuate attraverso i numeri.

Armonia, simmetria e euritmia (armonia sensibile), per i pitagorici danno commensurabilità alle parti.
Attraverso il suo teorema, elevando al quadrato i lati di un triangolo rettangolo ne trova il loro rapporto e la loro commensurabilità. «La razionalità che scaturisce dalla moltiplicazione dell'irrazionale per se stesso».
In questo modo si forma il legame bello-vero-buono destinato a diventare la culla del razionalismo occidentale.

L'ordine cosmico rimarrà un modello di bellezza in tutto l'occidente attraverso i secoli, senza subire troppe variazioni.

nota_
- Per S. Agostino nel medioevo misura, ordine e armonia sono opera divina. Là dove non capiamo, ci vuole fede.
- Nel 1509 Luca Pacioli scriverà il de divina proporzione.

Periodo barocco a parte, dove avviene un rifiuto della bellezza intesa come armonia e ordine, con Newton si riprende in considerazione la trinità del bello-vero-buono anche se i concetti, pur conservando una parentela tra loro, si differenziano nel seguente modo:
La verità apparterrà alla scienza, la bellezza all'arte.

***

Attacchi all'esplicita simmetria/bellezza/ordine cosmico di Pitagora.

- Eraclito già nel 500 a.c. dice che l'armonia è più forte quando è nascosta sotto la superficie.
- In oriente ed in estremo oriente la simmetria appartiene solo a dio.
- Nel barocco c'è un rifiuto dell'ordine apparente, considerato troppo banale.

Con Platone assistiamo alla separazione del bello dal vero/buono.
Vero e buono appartengono alla parte razionale dell'anima, il bello a quella irrazionale.

Platone riconosce all'arte - soprattuto alla musica e alla poesia - il potere di affascinare la nostra parte irrazionale e passionale dell'anima. Per questo invita a diffidare di essa, in quanto ci allontanerebbe dalla verità. Egli però condanna e rinnega solo la bellezza e l'arte illusoria, sarebbe scorretto etichettarlo come un nemico dell'arte.

capitolo 2
Tutti i volti del bello


Vista e udito sono stati considerati i sensi principali a trasmettere l'esperienza del bello perché sono i più commensurabili e quindi quelli meglio traducibili dall'intelletto. Di conseguenza sono anche i più oggettivi.

Vista e udito nella cultura greca rimangono i sensi principali; nella cultura ebraica, invece, dove c'è il divieto di creare immagini, sono gli odori ad acquisire importanza.

L'olfatto diventa importante in occidente dopo la metà del '700. Attraverso la parola e le immagini si cerca di trasmettere i sensi dell'olfatto, del tatto e del gusto. Con l'evolvere della tecnologia cambiano le forme e gli stili artistici, nonché le loro potenzialità espressive.

***

Il vago

La bellezza del vago, ad esempio nelle opere di Turner, si oppone alla bellezza del definito, appartenente alla classica Grecia. Vi è nel vago una volontà di crittografare le opere, di non voler aderire a canoni prefissati, in altre parole un accresciuto ruolo della creatività.

Sebbene già nel 1300 Petrarca introduce nella bellezza l'attributo del non so ché, è nel romanticismo che il vago e lo sfumato diventano poetici per eccellenza.

Leopardi con l'infinito mostra la potenza dell'immaginazione - capace di emozionarci più di quello che farebbero i nostri sensi percettivi - quando ci spinge ad andare oltre quella siepe. È la privazione sensoriale a stimolare la capacità penetrante dell'immaginazione. La forza di Leopardi sta anche nel creare una tensione tra il definito della siepe e il vago dell'infinito oltre la siepe.

La vaghezza porta a considerare belli gli schizzi non finiti (E. Burke) e l'idea che l'imperfezione sia meglio del perfettamente definito.

***

Bellezza funzionale

Bello e utile possono coincidere.
Già Socrate, descritto da Senofonte, diceva che uno scudo d'oro è così pesante e inutile che è meno bello di una pattumiera.

La spada può avere un'elsa tempestata di diamanti ma la lama deve essere affilata e tagliente.

Nonostante il conflitto tra il bello funzionale e il carattere «disinteressato» del bello - caratteristica della riflessione moderna almeno da Kant - nella seconda metà del '700 la formazione della professione dell'architetto si collega istituzionalmente a quella dell'ingegnere.

Nel Bauhaus troviamo un accento sulla funzionalità ed una negazione dell'ornamento. Il "Dio" di Newton crea in economia, con la minima spesa. Bello è ciò che viene spogliato del superfluo. Per Marinetti il cofano di una vettura da corsa è più bello della Nike di Samotracia.

***

Complessità e semplicità del bello

L'evolversi del concetto di bello da immediata e banale simmetria porta a due sbocchi: da un lato, complessizzare la forma per rendere l'armonia sottostante meno decifrabile; dall'altro semplificare  (Plotino).

Complessità
Un esempio di ricerca nella complessità è dato da Keplero, il quale scopre che le orbite dei pianeti non sono dei semplici cerchi ma li individua prima come ovali e poi come ellissi. Baltasar Gracián nel 1648 con il suo L'acutezza e l'arte dell'ingegno sottolinea l'importanza del «concetto» inteso come l'equivalente intellegibile della bellezza. Per Gracián la bellezza non banale può essere intesa solo da chi è colto e dotato di buon gusto.

Semplicità
Per Plotino (ca 200 d.c.), se il risultato è bello, i singoli elementi che lo compongono devono essere anch'essi belli.
Per Winckelmann (prima metà del '700) la bellezza è come l'acqua della fonte: quanto più è in sapore, tanto più è pura.
Alla luce di queste considerazioni acquistano quindi valore la bellezza di un singolo suono, la purezza di un colore nella sua essenza.

***

Bellezza come luce

In questo caso la bellezza viene intesa come un emergere delle forme dalle tenebre. Per Platone la bellezza è «risplendente a vedersi» (Fedro, 250 b.c.).

Hegel nell'estetica scrive della luce all'interno delle cattedrali gotiche, che filtra dalle vetrate colorate. Esse modificano la luce naturale e, assieme ai ceri, creano una luce spirituale. In epoca moderna, la presenza di fonti diverse di luce artificiale e fredda ha desacralizzato, despiritualizzato o quantomeno attenuato questo effetto.

Heidegger, ne l'origine dell'opera d'arte, parte dal concetto di Schönheit, intendendolo come chiaroscuro, come la luce che filtra da un bosco, rivelandone alcune zone. L'opera d'arte è per Heidegger un'apertura, uno svelamento. Egli dirà anche che «l'arte è il porsi in opera della verità» intendendo con essa, la verità dell'ente.


capitolo 3
Bellezza spirituale


Il prevalere della scrittura sull'oralità in antica Grecia rompe l'equilibrio tra bello intellegibile e sensibile. La bellezza intellegibile decolla e assume più importanza mentre a quella sensibile rimane il compito di alludere alla prima.

Platone
Per Platone la bellezza ideale va oltre quella sensibile. Divinatoria, mistica, poesia ed erotica sono le quattro forme di delirio divino. Il poeta quando si esprime è un messaggero attraverso il quale l'uomo comune può elevarsi. Per Platone poesia e musica sembrano le due forme d'arte più adatte ad elevarsi. Quando il poeta è trascinato dall'entusiasmo, egli parla secondo l'ispirazione divina.

La scrittura - composta da simboli fonetici, segni astratti con poco pathos e tanto senso di razionalità - innalza la bellezza intellegibile nei confronti di quella sensibile.

Nella Repubblica di Platone si legge che solo attraverso l'intelletto si può raggiungere la «realtà che realmente è, senza colore, senza figura tangibile».

Per Platone il bello è l'elevazione dell'anima che viene a contatto con il divino. Questa elevazione è facilitata dalla poesia e dalla musica, ma non dalla pittura e dalla scultura. Attenzione però: pittura e scultura vengono condannate solo quando assumono i connotati dell'artifizio e dell'illusione.

Plotino (circa 200,270 d.c.)
Il bello ci guida verso il bene, che è sempre presente, ma bisogna trovarlo illuminando l'essere. Ciò si compie con un cammino verso la casa del padre spogliandosi del superfluo, levigando gli spigoli come uno scultore fa con la pietra, togliendone la parte non necessaria (analogia con le affermazioni di Michelangelo).

Per Plotino il bello ci può guidare, ma ciò che veramente conta è il bene. Il bello va tenuto sotto controllo in quanto può ingannare.

Agostino (350-400 d.c.)
Il pensiero di Agostino ha delle similarità con quello di Plotino però con una differenza: per Agostino l'ultima destinazione è il congiungersi con l'assoluto, la patria celeste.
Agostino parla di una bellezza imponderabile, celestiale, che infiammerà gli animi di poeti come Dante.

***

L'epilogo della bellezza spirituale nell'epoca moderna

Gli effetti della secolarizzazione portano a considerare che il bello rinvii solo a se stesso. Di conseguenza il sensibile riacquista un suo ruolo e spazio: sensibilità e fantasia permettono di andare oltre i binari del razionale. Ciò funge anche da consolazione alla presa di coscienza del destino di un'inevitabile scomparsa.

Nell'epoca della produzione di massa si fa strada il concetto di estetica diffusa: il bello si trova anche nel  design. Questo moltiplicarsi del bello da un lato porta al kitsch, dall'altro aumenta l'esperienza di bello per milioni di persone e ne affina il gusto. Viene inoltre accettato che la bellezza sia effimera.

Che la bellezza rimandi solo a se stessa è un concetto che appare chiaro se pensiamo alla musica: essa non dice che quanto dice o meglio: non dice niente ma ti trasporta in una realtà nel momento in cui si fa esperienza di essa.

Per Benedetto Croce il bello è espressione di un'intuizione.

***

Dal bello al sublime

Pseudo Longino (Anonimo del sublime, 1 sec d.c. ma riprodotto nel 1600)
La bellezza sublime è l'eco della grandezza d'animo. Il sublime innalza l'uomo e lo fa sentire più grande  del mondo che lo circonda.
(da notare che egli considera bello e sublime ancora insieme)
ritradotto nel 1550/1600, il trattato di Pseudo Longino ci fa capire il perché del barocco, i suoi punti di vista soggettivi ravvicinati, la sua drammaticità e teatralità, la sua verticalità. (Per A. Hauser il barocco è anche una conseguenza della controriforma, con la sua arte di facile comprensione per il popolo, se paragonata a quella manierista destinata ad un pubblico colto e raffinato).

Nel contemporaneo il concetto di sublime va a recuperare il brutto, che si oppone alla «graziosità» e quindi alla banalità del bello.

Il sublime, grazie alle scoperte scientifiche del '600, corrisponde anche alla voglia di esplorare attraverso il progresso e compiere viaggi di avventura. La consapevolezza di essere fisicamente limitati ma con la voglia di misurarsi con la grandezza che ci circonda, ad esempio con i viaggi sulle Alpi, la discesa nei crateri dei vulcani.

Edmund Burke (Inchiesta sul bello ed il sublime - ca 1750)
Per Burke il sublime è tutto ciò che può destare terrore o senso di pericolo, purché ciò avvenga da una minima distanza di sicurezza. È l'inizio del terribile, che si può ancora sopportare.
Il sublime è l'inquieta grande anima della modernità.

Kant  (sublime = erhabene, elevato)
Per Kant il sublime è ciò che è degno di ammirazione e rispetto. Ciò che crea choc, una dimensione verticale dell'io che cerca l'assoluto. La bellezza viene quindi relegata a graziosità (es.: boschetti, ruscelli)
Il sublime è inoltre di due tipi: matematico (l'assoluto, l'infinito) e dinamico (grandi eventi della natura che mettono in luce le fragilità dell'uomo).

Il sublime ha un effetto perturbante che porterà all'estetica del brutto.


capitolo 4
La storia del brutto


Il concetto di brutto può essere visto, analizzato e schematizzato in sette epoche.

1. Calco negativo del bello
Nelle epoche in cui veniva accettata la trinità del bello-vero-buono, brutto corrispondeva all'esatto opposto. Per Platone esso è il calco in negativo del bello.
L'idea della bruttezza intesa come privazione d'essere si manifesta attraverso i millenni: da Platone a Croce (e per certi versi persino ad Heidegger)

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2. Il brutto nel cristianesimo
Il brutto viene accettato nel cristianesimo dove Cristo, flagellato e sofferente, viene raffigurato brutto per essere più vicino ai mortali. Ne sono un esempio alcuni crocifissi medievali.
Lo stesso Hegel dirà nell'estetica «non si può raffigurare nelle forme della bellezza greca Cristo flagellato, coronato di spine, trascinante la croce fino al luogo del supplizio, crocifisso agonizzante nei tormenti di una lunga e martoriata agonia» (p. 604).

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3. Il brutto come ingrediente del bello
Ad un certo punto il brutto viene accettato come una componente del bello, ma solo in poesia, dove è possibile, anzi desiderabile avere una parte di brutto da alternare al bello. In pittura, invece, poiché è inevitabile la compresenza di tutte le parti, il brutto non viene considerato.

Ne parlano Lessing nel suo Laocoonte del 1766 e Schlegel dirà che il godimento perfetto, privo di inquietudine, è ormai divenuto irraggiungibile.
Sempre Schlegel, e anche Hölderlin, considerano il caos e l'anarchia dei punti di partenza dai quali può originare l'ordine. La dialettica riconosce quindi la «positività del negativo».

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4. Metamorfosi del brutto
È nel periodo tardo romantico di Hugo e Baudelaire che avviene la metamorfosi completa per cui il brutto è bello, e viceversa.
L'arte sceglie come terreno privilegiato i luoghi del brutto e del disordine: deformità del corpo e dell'anima, bassifondi, le fogne della società, soprattutto la società metropolitana.
È questa l'epoca del Quasimodo di Notre-dame de Paris.

Tale concetto è odiernamente attuale, basti considerare Apollinaire: «oggi amiamo la bellezza quanto la bruttezza». In realtà già Aristotele riteneva che attraverso le arti ed una adeguata rappresentazione, pure i disegni delle bestie ed i cadaveri possono risultare non solo tollerabili, ma persino gradevoli.

John Constable dirà a una conoscente: «Non c'è niente che sia brutto, non ho mai visto una cosa brutta in vita mia: qualunque sia la forma di un oggetto, la luce l'ombra e la prospettiva lo faranno sempre bello».
Da qui ne segue che tutto è degno di attenzione estetica, ad esempio le scarpe di Van Gogh oppure i suoi volti di donne insignificanti/ordinarie.

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5. L'arcangelo del bello

La 5° epoca è quella dell'estetica del brutto di Karl Rosenkarnz (1853).

Rosenkranz ha le sue premesse in Hegel il quale dice:
- Il brutto si ricollega al dolore che il cristianesimo introduce in occidente.
- Nello spirito (del quale l'arte è manifestazione) vi è una tensione tra le tentazioni che provengono dal basso e il nostro desiderio di purezza che ci fa tendere in alto, alla ricerca dell'assoluto.
- Il bello, che è «manifestazione sensibile dell'idea» conserva in sé le tracce del negativo che ha dovuto di volta in volta superare.

Per Hegel le forme più elevate di rappresentazione artistica sono tragedia e commedia con le loro tensioni interne nelle quali il brutto ha un ruolo dialettico con il bello.

Per Rosenkranz un'opera d'arte è tanto più bella e riuscita quanto più sono grandi il caos e la disarmonia sui quali essa è riuscita a trionfare.
La bellezza, per diventare tale, deve rischiare di mettersi in gioco andando a scontrarsi con l'amorfo, l'asimmetrico, il disarmonico, lo scorretto, lo sfigurato, il ripudiante e il diabolico. Una gelida simmetria è semplicemente e banalmente perfetta quindi inaccettabile.

È il brutto che stimola il bello ad affermarsi.
Esempi di trionfo sul caos e il disordine sono alcune sonate di Beethoven e La grande Fuga op. 132.
- Per Rosenkranz il brutto è bellezza perversa.
- Il bello, non può emergere dal brutto, se chi guida la lotta è un artista dilettante e/o presuntuoso. Nemmeno se chi lotta è un iper-romantico al quale piace farsi sedurre dal brutto e abbandonarsi alla follia.
«L'arte non può lasciare alla follia l'ultima parola»

I grandi che hanno risolto magistralmente questa lotta tra caos e ordine sono: Dante, Michelangelo, Shakespeare, Mozart, Goethe.
«L'arte eccelsa trova il suo terreno più fertile in prossimità degli abissi»

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6. I mostri di Guernica

Con Adorno e la sua Teoria estetica, pubblicata postuma nel 1970, assistiamo ad un completo capovolgimento.
Il brutto si trasforma nel bello, in quanto reale ed autentico. mentre il bello è brutto, cioè falso, immorale, superficiale.
Adorno dice che il brutto è un dato di fatto. Racconta l'aneddoto su Picasso dove un ufficiale tedesco, quando gli chiese circa Guernica: «L'ha fatto Lei?» lui rispose: «No, Lei».

L'arte però non deve glorificare il brutto così come le si presenta. Essa deve continuamente inventare le forme adatte ad emanciparlo. Deve costantemente cercare di sprigionare la superiore bellezza in esso racchiusa.

Le guerre e soprattutto Auschwtiz hanno messo sotto gli occhi di tutti il brutto e la sofferenza. L'arte moderna è in lutto e non può esentarsi dal rappresentare la realtà di questa sofferenza in una catarsi per ora irrisolta

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7. Il brutto nel contemporaneo

Il contemporaneo, grazie alla tecnica, ha permesso il diffondersi dell'arte nella sua riproducibilità portandola a conoscenza di tutti.
Si forma così una élite colta che usa il gusto estetico per distinguersi dalla massa, una élite fatta di collezionisti, critici e galleristi che mantengono un grado di esclusività attraverso il decollo delle quotazioni nel mercato dell'arte.

Non mancano però le contaminazioni:
Artisti come Warhol e Lichtenstein hanno prelevato idee e concetti dalle forme d'arte popolare come il fumetto, la pubblicità per poi proporle all'élite oligarchica del mercato dell'arte.

In questa settima, ultima epoca del brutto qui analizzata si possono individuare tre possibili sbocchi:

- Sdrammatizzazione del brutto, del falso e del cattivo

- Rinnovata esigenza della spiritualità a causa delle nuove angosce del contemporaneo

- Un misto delle due precedenti ipotesi: un uso semi-secolarizzato del mito dell'arte. (un esempio è dato dalle edicole che sorgono ai bordi degli incroci stradali dove sono avvenuti incidenti mortali)

La società contemporanea sembra ormai diventata insofferente nei confronti dell'arte brutta. Il trasgredire alle regole non stupisce più e il pubblico sembra avere superato quella fase di cordoglio adorniano e si sente desideroso e pronto a tornare a gioire della esperienza estetica.

Per Remo Bodei la vera forma del brutto nel contemporaneo è quella dello squallore, dell'insignificante, il trionfo della banalità e della chiacchiera, lo stordimento mentale, l'inaridimento percettivo ed emotivo, il virtuosismo fine a se stesso.

Ciò non significa assolutamente che Bodei pensi ad un'ennesima «morte dell'arte» poiché il bello tiene sempre in serbo l'arma della sorpresa

La riflessione estetica non è quindi giunta ad un termine ma è un continuo divenire, un continuo varcare la soglia di fronte a singole opere d'arte.