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Manuale di pittura e calligrafia

Passaggi scelti, tratti da Manuale di pittura e calligrafia, che lo stesso autore José Saramago descrive così:
«Il Manuale di pittura e calligrafia è probabilmente un libro di apprendistato; ma è anche il mio libro più autobiografico... l'ho scritto nel 1976, e vi ho riportato esattamente le settimane precedenti la Rivoluzione dell'aprile del 1974». José Saramago - Einaudi 2003

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So perfettamente chi sono, un artista di bassa lega che conosce il proprio mestiere ma che difetta di genialità, nonché di talento, che non possiede altro se non un'abilità coltivata e che percorre sempre gli stessi solchi, o si arresta presso le stesse porte, una mula attaccata a un carro che compie sempre lo stesso giro a cui ha fatto l'abitudine. Ma prima, quando mi accostavo alla finestra, amavo guardare il cielo e il fiume, come li avrebbe amati un Giotto, o un Rembrandt, o un Cézanne. Non erano molto importanti per me, le differenze: quando una nuvola passava lentamente, non c'era alcuna differenza, e quando, poi, tendevo il pennello verso la tela incompiuta, tutto poteva accadere, persino di scoprire un genio che appartenesse a me soltanto. La mia pace era garantita, quant'altro fosse sopraggiunto poteva essere un po' di pace in più o, chissà, il turbamento del capolavoro. Non questa specie di rancore sopito ma determinato, non questo scavo all'interno della statua, non questo dente acuto e ostinato simile a quello di un cane che morde il laccio mentre si guarda intorno ansioso, per paura che torni chi l'ha legato.
(p. 18)

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Chi fa un ritratto, dipinge se stesso. L'importante, perciò, non è il modello, ma il pittore, e il ritratto varrà solo quanto varrà il pittore, non un atomo di più. Il dottor Gachet che Van Gogh ha dipinto è Van Gogh, non Gachet, e i mille orpelli (velluti, piume, colletti d'oro) con cui Rembrandt si è ritratto, sono meri espedienti per far credere che dipingesse qualcun altro, dipingendo una diversa apparenza. Ho già detto che non mi piace la mia pittura: perché non mi piaccio io e sono costretto a riconoscermi in ogni ritratto che dipingo, inutile, stanco, arrendevole, smarrito, perché non sono Rembrandt, né Van Gogh. Ovviamente.
(p. 76)

Ritratto del dottor Gachet - Vincent Van Gogh
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Un pesce fossile - Ai Quing

Come era vivace il tuo moto
la tua fresca furia
guizzante nelle onde,
ti immergevi e risalivi le ampie distese marine.
Un'eruzione vulcanica,
o forse un terremoto fatale
ti privò della libertà,
ti seppellì nella cenere.
Dopo centinaia di migliaia d'anni una squadra
di geologi
ti ha scoperto tra strati di rocce
intatto, come vivo.
Però tu sei muto,
non hai neanche sospiri.
Le squame e le pinne ci sono tutte
ma non puoi muoverti.
Sei immobile,
indifferente al mondo esterno.
Non vedi il cielo né l'acqua,
non senti il rumore dell'onda.
Guardando questo pezzo di fossile
anche uno sciocco capirà,
senza moto
non c'è vita.
Finché si è vivi bisogna lottare
e progredire nella lotta.
Non risparmiamo l'energia,
fino al sopraggiungere della morte.

Ai Quing, 1978


Il paese che verrà - Felicita

Felicita strinse gli occhi e aspettò il boato. Con le mani premute sulle orecchie si sentiva al sicuro. I muri tremarono e la polvere le entrò in gola. Contava sottovoce. La volta prima era arrivata fino a duecentouno e poi avevano aperto il portone. Ottantuno, ottantadue, ottant… “Avanti!”. E a lei scappava da ridere. Alla nonna mezza sorda di Lisetta le bombe sembravano sempre qualcuno alla porta. Centosei, centosette. Silenzio. Un uomo sbirciava fuori. Centotrenta, centotrentuno. Aprirono e piano piano uscirono da lì come piselli sgranati uno a uno. In piazza la torre era tutta bucherellata e i bambini non c’erano più. “Quand’è che finisce?” si lagnò. La mamma le spolverò il vestito “Presto. Ci sarà un paese bellissimo e i bambini potranno giocare sempre”. E allora Felicita riprendeva a contare, magari così, quel benedetto paese arrivava prima.

Cinzia Filippi

Processo spirituale e creazione artistica - Hauser

Estratto da Storia sociale dell'arte - Volume primo - PREISTORIA ANTICHITA' MEDIOEVO - di Arnold Hauser, ed. Einaudi

In questo passaggio Hauser mette a confronto il lavoro di cantiere nella costruzione di cattedrali gotiche con l'atto creativo del singolo artista e tutte le problematiche che la gestione del singolo atto comporta.
Hauser giustamente invita a diffidare di interpretazioni romantiche relative ad un ipotetica anima collettiva dove tutto si svolge in magica armonia, e sottolinea la realtà del processo creativo (sia individuale che collettivo) che è fatta di problemi reali che vengono superati tramite fatica e sforzo.

«Ogni processo spirituale un tantino complesso - e la creazione artistica è senza dubbio uno dei più complicati - consta di tutta una serie di funzioni più o meno indipendenti - coscienti e inconscie, razionali e irrazionali - e l'intelletto critico dell'artista deve vagliarne i risultati e sottoporli a una redazione conclusiva allo stesso modo come il capo del cantiere esamina, corregge e armonizza le prestazioni dei singoli operai. L'unità perfetta delle facoltà e delle funzioni psichiche è una fantasia romantica non meno insostenibile dell'ipotesi di un'anima popolare e di gruppo intesa come realtà per sé stante, al di fuori delle anime individuali. Queste, se si vuole, son parti e rifrazioni di un'anima collettiva, ma quest'anima collettiva esiste solo nelle sue componenti e rifrazioni. Così anche l'anima individuale si estrinseca per lo più solo nelle sue funzioni singole; l'unità delle sue attitudini - tranne che nello stato di estasi, che non ha a che fare con l'arte - dev'essere conquistata con fatica e sforzo, non è un dono dell'attimo fuggente.»
«Leggete quel che volete, di quel che ho scritto, ma solo per il piacere di farlo. E se ci trovate qualcosa, è perché l'avevate dentro di voi prima di cominciare la lettura.»

Ernest Hemingway, Il principio dell'iceberg - Intervista sull'arte di scrivere e narrare