Peso
Quel contadino soldato
si affida alla medaglia
di Sant’Antonio
che porta al collo
e va leggero.
Ma ben sola e ben nuda
senza miraggio
porto la mia anima.
Giuseppe Ungaretti
1916
Lettera sull'entusiasmo
Passaggi scelti dalla Lettera sull'entusiasmo di Anthony Ashley Cooper III conte di Shaftesbury, filosofo politico e scrittore inglese.
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Leggiamo nella storia che Pan, mentre accompagnava Bacco in una spedizione nelle Indie, trovò il modo di suscitare il terrore tra un'armata di nemici con l'aiuto di una piccola brigata, sfruttando le grida di quest'ultima che si propagavano, in virtù dell'eco, fra le rocce e le caverne di una valle boscosa. Il roco rimbombo delle caverne, unito allo spaventoso aspetto di quei luoghi così oscuri e deserti, suscitò un tale orrore nei nemici che, in quella condizione, l'immaginazione li portò a sentire delle voci e senza dubbio anche a vedere forme sovrumane. L'indeterminatezza di ciò che li spaventava poi rese ancor più grande la paura, che attraverso i loro sguardi muti si diffuse più velocemente di quanto avrebbe mai fatto in virtù di un semplice racconto. E questo fu ciò che in seguito gli uomini chiamarono «panico».
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Leggiamo nella storia che Pan, mentre accompagnava Bacco in una spedizione nelle Indie, trovò il modo di suscitare il terrore tra un'armata di nemici con l'aiuto di una piccola brigata, sfruttando le grida di quest'ultima che si propagavano, in virtù dell'eco, fra le rocce e le caverne di una valle boscosa. Il roco rimbombo delle caverne, unito allo spaventoso aspetto di quei luoghi così oscuri e deserti, suscitò un tale orrore nei nemici che, in quella condizione, l'immaginazione li portò a sentire delle voci e senza dubbio anche a vedere forme sovrumane. L'indeterminatezza di ciò che li spaventava poi rese ancor più grande la paura, che attraverso i loro sguardi muti si diffuse più velocemente di quanto avrebbe mai fatto in virtù di un semplice racconto. E questo fu ciò che in seguito gli uomini chiamarono «panico».
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Manuale di pittura e calligrafia
Passaggi scelti, tratti da Manuale di pittura e calligrafia, che lo stesso autore José Saramago descrive così:
«Il Manuale di pittura e calligrafia è probabilmente un libro di apprendistato; ma è anche il mio libro più autobiografico... l'ho scritto nel 1976, e vi ho riportato esattamente le settimane precedenti la Rivoluzione dell'aprile del 1974». José Saramago - Einaudi 2003
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So perfettamente chi sono, un artista di bassa lega che conosce il proprio mestiere ma che difetta di genialità, nonché di talento, che non possiede altro se non un'abilità coltivata e che percorre sempre gli stessi solchi, o si arresta presso le stesse porte, una mula attaccata a un carro che compie sempre lo stesso giro a cui ha fatto l'abitudine. Ma prima, quando mi accostavo alla finestra, amavo guardare il cielo e il fiume, come li avrebbe amati un Giotto, o un Rembrandt, o un Cézanne. Non erano molto importanti per me, le differenze: quando una nuvola passava lentamente, non c'era alcuna differenza, e quando, poi, tendevo il pennello verso la tela incompiuta, tutto poteva accadere, persino di scoprire un genio che appartenesse a me soltanto. La mia pace era garantita, quant'altro fosse sopraggiunto poteva essere un po' di pace in più o, chissà, il turbamento del capolavoro. Non questa specie di rancore sopito ma determinato, non questo scavo all'interno della statua, non questo dente acuto e ostinato simile a quello di un cane che morde il laccio mentre si guarda intorno ansioso, per paura che torni chi l'ha legato.
(p. 18)
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Chi fa un ritratto, dipinge se stesso. L'importante, perciò, non è il modello, ma il pittore, e il ritratto varrà solo quanto varrà il pittore, non un atomo di più. Il dottor Gachet che Van Gogh ha dipinto è Van Gogh, non Gachet, e i mille orpelli (velluti, piume, colletti d'oro) con cui Rembrandt si è ritratto, sono meri espedienti per far credere che dipingesse qualcun altro, dipingendo una diversa apparenza. Ho già detto che non mi piace la mia pittura: perché non mi piaccio io e sono costretto a riconoscermi in ogni ritratto che dipingo, inutile, stanco, arrendevole, smarrito, perché non sono Rembrandt, né Van Gogh. Ovviamente.
(p. 76)
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| Ritratto del dottor Gachet - Vincent Van Gogh |
Un pesce fossile - Ai Quing
Come era vivace il tuo moto
la tua fresca furia
guizzante nelle onde,
ti immergevi e risalivi le ampie distese marine.
Un'eruzione vulcanica,
o forse un terremoto fatale
ti privò della libertà,
ti seppellì nella cenere.
Dopo centinaia di migliaia d'anni una squadra
di geologi
ti ha scoperto tra strati di rocce
intatto, come vivo.
Però tu sei muto,
non hai neanche sospiri.
Le squame e le pinne ci sono tutte
ma non puoi muoverti.
Sei immobile,
indifferente al mondo esterno.
Non vedi il cielo né l'acqua,
non senti il rumore dell'onda.
Guardando questo pezzo di fossile
anche uno sciocco capirà,
senza moto
non c'è vita.
Finché si è vivi bisogna lottare
e progredire nella lotta.
Non risparmiamo l'energia,
fino al sopraggiungere della morte.
Ai Quing, 1978
la tua fresca furia
guizzante nelle onde,
ti immergevi e risalivi le ampie distese marine.
Un'eruzione vulcanica,
o forse un terremoto fatale
ti privò della libertà,
ti seppellì nella cenere.
Dopo centinaia di migliaia d'anni una squadra
di geologi
ti ha scoperto tra strati di rocce
intatto, come vivo.
Però tu sei muto,
non hai neanche sospiri.
Le squame e le pinne ci sono tutte
ma non puoi muoverti.
Sei immobile,
indifferente al mondo esterno.
Non vedi il cielo né l'acqua,
non senti il rumore dell'onda.
Guardando questo pezzo di fossile
anche uno sciocco capirà,
senza moto
non c'è vita.
Finché si è vivi bisogna lottare
e progredire nella lotta.
Non risparmiamo l'energia,
fino al sopraggiungere della morte.
Ai Quing, 1978
Il paese che verrà - Felicita
Felicita strinse gli occhi e aspettò il boato. Con le mani premute sulle orecchie si sentiva al sicuro. I muri tremarono e la polvere le entrò in gola. Contava sottovoce. La volta prima era arrivata fino a duecentouno e poi avevano aperto il portone. Ottantuno, ottantadue, ottant… “Avanti!”. E a lei scappava da ridere. Alla nonna mezza sorda di Lisetta le bombe sembravano sempre qualcuno alla porta. Centosei, centosette. Silenzio. Un uomo sbirciava fuori. Centotrenta, centotrentuno. Aprirono e piano piano uscirono da lì come piselli sgranati uno a uno. In piazza la torre era tutta bucherellata e i bambini non c’erano più. “Quand’è che finisce?” si lagnò. La mamma le spolverò il vestito “Presto. Ci sarà un paese bellissimo e i bambini potranno giocare sempre”. E allora Felicita riprendeva a contare, magari così, quel benedetto paese arrivava prima.
Cinzia Filippi
Cinzia Filippi
«Lettere a un giovane poeta» Rainer Maria Rilke
Parigi,17 febbraio 1903
Egregio signore,
Suo devotissimo Rainer Maria Rilke
Da: Lettere a un giovane poeta - Rainer Maria Rilke
Egregio signore,
la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.
Ciò premesso, mi sia solo consentito dirle che i suoi versi, pur non avendo una natura loro propria, hanno però sommessi e velati germi di una personalità. Con più chiarezza lo avverto nell’ultima poesia, La mia anima. Qui, qualcosa di proprio vuole farsi metodo e parola. E nella bella poesia A Leopardi affiora forse una certa affinità con quel grande solitario. Eppure quei poemi sono ancora privi di una loro autonoma fisionomia, anche l’ultimo e quello a Leopardi. La sua gentile lettera che li accompagnava; non manca di spiegarmi varie pecche che ho percepito nel leggere i suoi versi, senza però potervi dare un nome.
Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità.
La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde.
Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri.
E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è.
E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda
su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso).
Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere.
Mi ha rallegrato trovare nel suo scritto il nome del professor Horacek; serbo per quell’amabile studioso grande stima, e una gratitudine che non teme gli anni. Voglia, la prego, dirgli di questo mio sentimento; è molto buono a ricordarsi ancora di me, e lo so apprezzare.
Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.
Suo devotissimo Rainer Maria Rilke
Da: Lettere a un giovane poeta - Rainer Maria Rilke
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